Ci sono vite che, viste da fuori, sembrano andare bene. Abbiamo studiato, trovato un lavoro, costruito delle abitudini e raggiunto magari anche alcuni degli obiettivi che ci eravamo dati. Poi, a un certo punto, può succedere qualcosa di difficile da spiegare: non è detto che sia accaduto qualcosa di grave, non necessariamente c’è un problema preciso da risolvere, ma quella vita che fino a poco tempo prima sembrava quella giusta comincia a starci stretta.

È da questa sensazione che, almeno per me, è iniziato il dialogo con A maggio parto faccio il giro del mondo! di Irene Saielli, pubblicato da Bookabook. È un memoir di viaggio che racconta la scelta dell’autrice di lasciare il lavoro e partire per due mesi, attraversando Paesi, incontrando persone e vivendo situazioni molto diverse da quelle della sua quotidianità. Ma mentre leggevo mi sono accorta che la parte che mi interessava di più non era soltanto sapere dove sarebbe andata Irene, ma capire perché, a un certo punto, avesse sentito il bisogno di partire.

Perché può capitare di avere costruito esattamente la vita che pensavamo di volere e di accorgerci che non ci basta più.

Il lavoro che doveva portarci verso una vita migliore

Credo che molti di noi siano cresciuti con un’idea abbastanza precisa di come dovesse funzionare la vita: studiare, trovare un lavoro, fare sacrifici e aspettare che prima o poi arrivassero i risultati. È una frase che abbiamo sentito spesso, soprattutto dalle generazioni che ci hanno preceduto, e che aveva anche una sua logica. Chi oggi ha sessantacinque o settant’anni ha vissuto un mercato del lavoro molto diverso da quello nel quale siamo entrati noi; per molte persone cambiare azienda poteva significare trovare un’opportunità migliore, aumentare lo stipendio, crescere professionalmente. Il sacrificio aveva un significato perché sembrava esserci una ricompensa abbastanza concreta ad aspettarci dall’altra parte.

Noi abbiamo ereditato quella stessa idea, ma ci siamo trovati dentro un mondo diverso. E così può succedere di fare esattamente quello che ci è stato insegnato a fare e di ritrovarsi comunque a chiedersi se ne valga la pena. Non perché lavorare sia sbagliato, né perché tutti debbano trovare nel proprio mestiere la propria ragione di vita, ma perché il lavoro occupa una parte enorme delle nostre giornate e, di conseguenza, della nostra esistenza.

Io questa sensazione la conosco bene. Entravo in ufficio e mi sentivo morire l’anima. Continuavo ad andarci perché avevo bisogno di uno stipendio, naturalmente, ma a un certo punto ho iniziato a chiedermi che senso avesse stare dieci ore fuori casa e avere poi poche ore da dedicare alle mie passioni, alla mia famiglia o anche solo a me stessa. Il problema non era soltanto quel lavoro, ma il modo in cui quel lavoro stava occupando la mia vita e il fatto che non riuscivo più a vedere una ragione sufficiente per continuare a vivere le mie giornate in quel modo.

Credo che sia anche questo uno dei motivi per cui la storia di Irene mi ha coinvolta. La sua partenza arriva dopo un periodo in cui il lavoro e la vita che si è costruita iniziano a non sembrarle più sufficienti. E non è difficile riconoscere quella sensazione, anche se poi ognuno reagisce in modo diverso. C’è chi resta, chi cambia azienda, chi cambia completamente direzione e chi, come Irene, decide di fermarsi e partire.

Quando il successo non basta più

Forse, insieme al modo in cui guardiamo al lavoro, è cambiata anche la nostra idea di successo. Per molto tempo ci è sembrato naturale pensare che una vita riuscita fosse una vita nella quale avevamo raggiunto determinati obiettivi: un buon lavoro, uno stipendio dignitoso, una certa stabilità, magari una carriera costruita con fatica. Poi cresciamo e ci accorgiamo che possiamo avere alcune di queste cose e non sentirci comunque soddisfatti.

Perché nel frattempo ci sono le persone che amiamo, le passioni che abbiamo messo da parte, le cose che vorremmo fare e che continuiamo a rimandare, il tempo che non torna indietro. E allora la domanda cambia. Non è più soltanto “che cosa posso ottenere?”, ma anche “come voglio vivere?”. Mi sembra che sia una domanda che negli ultimi anni si siano fatti in molti, soprattutto tra i trenta e i quarant’anni, forse anche perché abbiamo iniziato a renderci conto che quel famoso “poi” sul quale abbiamo costruito tanti sacrifici non è affatto garantito.

Prima lavoro, poi mi riposo. Prima costruisco una carriera, poi avrò tempo per me. Prima faccio quello che devo fare, poi penserò a quello che voglio davvero. Il problema è che non sappiamo quanto durerà quel prima e, soprattutto, non possiamo sapere con certezza che cosa troveremo quando arriverà il momento di dire finalmente “adesso”.

È una riflessione che non riguarda soltanto il lavoro, ma il modo in cui scegliamo di utilizzare il nostro tempo. E forse è proprio qui che la storia di Irene diventa interessante: non perché lei abbia trovato una risposta valida per tutti, ma perché a un certo punto ha deciso di prendere sul serio il fatto che la vita che stava vivendo non le bastava più.

La scelta di partire arriva dopo una domanda

Irene decide di lasciare il lavoro e partire per il mondo. È una scelta che richiede coraggio, ma secondo me il passaggio più interessante arriva prima della partenza, quando una persona comincia a immaginare che potrebbe esistere un’alternativa.

Immaginiamo spesso il cambiamento come una rivoluzione. Pensiamo che per cambiare davvero sia necessario fare qualcosa di enorme: lasciare tutto, trasferirsi, cambiare lavoro, partire per mesi. In realtà, molte volte, il cambiamento comincia da una cosa molto più piccola: un’idea. L’idea che quella che stiamo vivendo non sia l’unica vita possibile, che potremmo desiderare qualcosa di diverso, che forse vale la pena almeno provare a capire cosa succederebbe se prendessimo un’altra strada.

Naturalmente non tutti possono farlo. Non tutti hanno la stessa situazione economica, le stesse responsabilità o la stessa libertà di movimento, e non tutti hanno nemmeno il desiderio di partire. Io, per esempio, non avrei mai il coraggio di viaggiare da sola. Di mollare tutto, invece, sì: l’ho fatto per ragioni che in parte assomigliano a quelle di Irene.

È proprio questa differenza che mi fa leggere la sua storia senza pensare che la scelta giusta debba essere necessariamente la sua. Irene parte perché per lei, in quel momento, partire è la possibilità che ha scelto di esplorare. Un’altra persona potrebbe cambiare lavoro, tornare a studiare, trasferirsi, ridurre ciò che non considera più importante o semplicemente iniziare a recuperare del tempo per sé.

La cosa interessante è che prima di fare una qualsiasi di queste cose bisogna riuscire a immaginare che siano possibili.

Un viaggio che permette di stare dentro alla storia

Poi, naturalmente, c’è il viaggio, e questa è una parte del libro che ho letto con molto piacere. Io viaggio davvero poco e quindi mi è piaciuto poter vedere attraverso le pagine luoghi nei quali probabilmente non andrò mai da sola. Irene racconta quello che fa e quello che vede, le persone che incontra e le situazioni nelle quali si trova, attraversando Vietnam, Giappone, Stati Uniti, Messico e Costa Rica.

È una parte del libro che ho apprezzato proprio perché rimane concreta. Non tutto deve necessariamente diventare una metafora o una grande riflessione sulla vita. A volte si viaggia, si arriva in un posto che non si conosce, si incontrano persone, si provano cose nuove e si vede come va. È anche questo il piacere di un memoir di viaggio, soprattutto quando permette a chi legge di sentirsi un po’ lì insieme all’autrice.

Proprio per questo, avrei apprezzato anche qualche fotografia o una sezione con le mappe degli spostamenti. Mi sarebbe piaciuto seguire visivamente il percorso di Irene, vedere i luoghi che racconta e avere davanti agli occhi quella linea che, pagina dopo pagina, costruisce il suo viaggio.

Ma mentre il racconto procede, il viaggio diventa inevitabilmente anche qualcos’altro. Quando ci allontaniamo dalle nostre abitudini, dalle persone che vediamo ogni giorno e dal lavoro che scandisce le nostre giornate, cambiano i punti di riferimento e può diventare più facile osservare alcune cose da una certa distanza. Non significa necessariamente capire tutto, né tornare con una risposta pronta. A volte basta riuscire a guardare quello che abbiamo lasciato a casa con occhi un po’ diversi.

Partire non significa aver trovato la risposta

È forse questo uno degli aspetti che ho apprezzato maggiormente del libro. Non ho letto la storia di Irene come il racconto di una persona che parte, trova se stessa e torna con tutte le risposte. Sarebbe anche poco realistico pensarlo.

Un viaggio può cambiare il nostro modo di guardare le cose, può farci incontrare persone che non avremmo mai conosciuto, può metterci davanti a situazioni nuove e farci capire che alcune abitudini non ci appartengono più. Ma non credo che basti cambiare Paese per risolvere quello che non funzionava prima.

E mi sembra che Irene stessa non racconti la sua esperienza come se avesse finalmente trovato una formula definitiva per essere felice. La partenza non chiude una questione, ne apre altre. Ed è proprio per questo che, secondo me, la storia non finisce davvero quando il viaggio finisce.

Irene ha iniziato, ma il viaggio continua.

Non lo dico perché penso che le manchi una risposta o perché debba ancora arrivare da qualche parte. Lo dico perché credo che alcune scelte importanti funzionino proprio così: non ci consegnano immediatamente una nuova vita già pronta, ma ci permettono di muoverci da un punto nel quale non stavamo più bene verso qualcosa che ancora non conosciamo completamente.

E forse va bene così.

Quello che mi ha lasciato A maggio parto faccio il giro del mondo!

Quando ho finito il libro non ho avuto voglia di comprare un biglietto aereo e partire per il giro del mondo. Del resto, come ho già detto, viaggiare da sola non fa per me. Però mi sono ritrovata a pensare alla mia vita e soprattutto al rapporto che abbiamo con il tempo.

Quanto tempo passiamo a fare quello che dobbiamo fare e quanto ne rimane per quello che vorremmo fare? Quanto delle nostre giornate scegliamo davvero e quanto, invece, lo facciamo semplicemente perché abbiamo sempre pensato che fosse così che doveva andare?

Sono domande che non hanno necessariamente una risposta immediata e non penso nemmeno che debbano portare tutti a fare una scelta drastica. Io stessa non considero il cambiamento una cosa che si fa una volta per tutte. Ci sono momenti in cui capisci che una situazione non fa più per te e decidi di lasciarla, poi ne arrivano altri nei quali devi nuovamente capire che cosa vuoi.

Forse è proprio questo che mi è rimasto della storia di Irene. Non l’idea che bisogna avere il coraggio di mollare tutto, né quella che partire sia il modo migliore per ritrovare se stessi. Mi è rimasta soprattutto la possibilità di guardare per un momento la propria vita da fuori e chiedersi se quello che stiamo facendo ci somiglia ancora.

Io, a un certo punto, quella domanda me la sono fatta entrando ogni mattina in ufficio. La risposta è stata che non volevo continuare in quel modo.

Per Irene la risposta è stata un viaggio.

Ed è questo che trovo interessante: la domanda può essere la stessa, ma la risposta non deve esserlo per forza.

A chi consiglio A maggio parto faccio il giro del mondo!

Ho trovato A maggio parto faccio il giro del mondo! un libro piacevole, di intrattenimento, che però riesce effettivamente a farti pensare. Lo consiglierei a chi ama i memoir di viaggio e vuole leggere una storia fatta di luoghi, incontri ed esperienze, ma anche a chi si trova in un momento nel quale sta riflettendo sul proprio lavoro, sul tempo che dedica alle proprie giornate o sulle scelte che ha fatto finora.

Non perché Irene abbia trovato la soluzione giusta e nemmeno perché partire sia necessariamente la risposta. La sua scelta rimane la sua e, forse, è proprio questo uno degli aspetti che ho apprezzato di più: il libro non deve dirci che cosa fare della nostra vita per riuscire a lasciarci qualcosa.

A volte basta una storia per farci fermare un momento e guardare quello che stiamo vivendo da una prospettiva diversa.

E forse il cambiamento comincia proprio lì, molto prima delle valigie: nel momento in cui smettiamo di dare per scontato che la vita che abbiamo costruito sia necessariamente quella che vogliamo continuare a vivere.

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